Assaggi di memorie

Oltre due millenni di storia permeano le mura arroccate della città ducale di Spoleto scivolando ad ogni passo, ad ogni sguardo, lungo gli argini della mente di passanti e avventurieri per scavarne solchi indelebilmente carichi di sfacciata ammirazione.

E per respirarne l’essenza, l’osservatore può decidere liberamente di immortalare la maestosità storica di questo insediamento monumentale dal basso, per poi addentrarsi fra le salite e le discese che tonificano il respiro se intraprese di buona lena con lo scopo di ripercorrerne, per quanto possibile, gli avvenimenti salienti; oppure girovagare senza meta, in attesa che qualcosa catturi l’attenzione per poi andare a ricercare il bandolo della matassa fra le pieghe della storia di cui, nella migliore delle ipotesi, se ne ha una vaga memoria scolastica.

Spesso anche l’etimologia contribuisce alla scelta del tipo di percorso da seguire. Spoleto, il suo nome, è greco: “spao” e “lithos”, pietra staccata. Non è solo meramente esplicativo il suo significato, benché non comprovato storicamente: sembrerebbe che il colle Sant’Elia sia nato da una frana primordiale staccatasi da Monteluco e su di esso sia sorta questa cittadina; non sarebbe curioso se proprio sulle pendici di un dissesto che oggi avrebbe un sentore di catastrofe fosse nato un gioiello architettonico come Spoleto?

L’etimologia oltretutto legittima a pensare che le sue origini siano altrettanto antiche, soprattutto considerando i resti archeologici che testimoniano una fiorente civiltà già dall’età del bronzo.

Per quanto interessanti siano questi primordi, radici innegabili dell’artigianalità che a tutt’oggi permea l’Umbria e per quanto una cronistoria aiuti la chiarezza di pensiero, preferisco far partire il mio itinerario da un atto emblematico, risalente agli inizi dell’epoca romana e che dovrebbe essere uno spunto, un punto di partenza soprattutto oggi. Più o meno nello stesso periodo in cui Spoleto diventava una colonia romana, veniva promulgata una legge: la Lex Spoletina. Non si tratta soltanto di un’epigrafe risalente alla fine del III secolo a.C. in cui chiaramente erano specificate le conseguenze nei confronti di chi avesse violato il rispetto dei boschi. Piuttosto e a mio avviso simboleggia l’avanzamento culturale di quella popolazione i cui valori passavano prima di tutto per il territorio e per la sua sacralità, tanto che gli Spoletini del tempo sentirono la necessità di punire severamente chiunque in qualche modo osasse danneggiarlo, offenderlo o appropriarsi scelleratamente della sua generosità.

Forse è proprio per l’influenza di questa profonda consapevolezza territoriale che nel 217 a.C. Spoleto e i suoi cittadini mettevano in fuga il terribile Annibale alla volta di Roma. Orgogliosamente vittoriosi e magari per redarguire ulteriori invasori, gli Spoletini hanno voluto celebrare l’episodio chiamando Torre dell’Olio la fortezza da cui gettarono colate d’olio d’oliva bollente sulle teste dell’esercito nemico, piegandole ad una ritirata nominata all’uopo: Porta Fuga. Il premio per la fedeltà a Roma è tutt’oggi visibile e la Domus Romana, abitazione della madre nursina dell’imperatore Vespasiano, è forse uno degli esempi più affascinanti. I ricchi mosaici sui quali Flavia Vespasia camminava nelle sue giornate Spoletine, offrono un’idea di quanto il design raffinato andasse di pari passo con le attuali opere tecnologiche che rispondevano alla necessità sia di raccogliere l’acqua piovana attraverso l’impluvium, sia di convogliarla alla cisterna per conservare quella eccedente, con il duplice scopo di condizionare la temperatura in estate e accedere ad essa nei momenti di necessità. La vita in questa casa doveva essere piuttosto piacevole considerando le comodità di cui disponeva e la prospettiva impareggiabile, fra i portici del cortile, sull’ascesa di Spoletium.

Dopo essere stata colonia romana, Spoleto diventa uno dei più importanti ducati Longobardi. I Longobardi non possono essere considerati semplicemente invasori o conquistatori scandinavi, per quanto il soverchiatore possa condurre a tale conclusione. Hanno disseminato monumenti a testimonianza della loro ascesa solo a seguito dello stanziamento in Italia. Hanno sì conquistato i territori Romani, ma hanno finito per subirne gli influssi, arricchendo la loro tradizione con la spiritualità Cristiana e l’influenza Bizantina e conseguentemente dando vita ad un’ulteriore ed inedita cultura che avrebbe influenzato l’intera Europa. La compenetrazione di queste diverse civiltà ha quindi consentito a Spoleto di diventare oggi patrimonio mondiale UNESCO, in un’ottica di prosecuzione tradizionale che è anche connubio d’influenze di diversa provenienza.

Un esempio alla portata della quotidianità di questo lascito Longobardo si coglie anche in una tradizione culinaria cui sono particolarmente affezionata, legata tanto ai ricordi quanto al palato: la rocciata, dolce tipico di ognissanti ed ottimo per tutto l’inverno, magari gustata con una tazza di tè al pomeriggio. Questa spirale di sfoglia, ripiena con frutta secca e fresca arricchita col cacao al profumo di cannella simboleggia la vita e la sua ciclicità. Ed è forse per questo che gli ingredienti sono così numerosi e cambiano un po’ di casa in casa.

Lasciando l’acquolina al pensiero proseguo questa passeggiata e m’imbatto nella fontana del Mascherone dai tratti un po’ umani e un po’ felini, che accoglie e ristora i viandanti dal ‘600 con la sua acqua, forse per rinvigorirli del cammino che stanno per intraprendere fino alla Rocca Albornoziana. Questa fortezza trecentesca, testimonianza dell’autorità ecclesiastica del tempo e dimora confortevole rivolta a personalità illustri, dal 1817 al 1982 è stata anche un carcere di massima sicurezza. Per quanto questo utilizzo rimanga fuori dalla mia concezione, devo ammettere che la sua posizione nel tortuoso centro cittadino privo di sbocchi sul mare è un deterrente per qualunque proposito di evasione. Chissà come e se quel panorama mozzafiato influenzasse lo spirito dei detenuti incatenati alla loro punizione. Voglio dire, ammettendo che almeno uno di loro avesse accettato e metabolizzato la propria pena e che quindi la stesse scontando con uno stato d’animo rassegnato e pacifico, immagino che lo scorcio sulla macchia di Monteluco o su Spoleto addolcisse in qualche modo la prigionia e che quelle sbarre che lasciavano trapelare il panorama non fossero solo una gabbia, bensì l’ultimo appiglio alla libertà.

Questa è solo una breve e lenta passeggiata di un pomeriggio, ma in attesa del Festival dei Due Mondi è piacevole assaporare quelle cose che quotidianamente scivolano addosso, al pari del prodotto artigiano, anch’esso unico e figlio di secoli di tradizioni sovente accantonato e dimenticato in favore di un’omologazione che non presenta più nemmeno quegli spiccioli canoni di convenienza cui spesso si deve sottostare.

La ricerca continua e la curiosità aumenta ad ogni piccola scoperta.

© eVoluptas di Debora Pugnali

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