Global-mente Umbria

Incontrare d’estate un turista Brasiliano nella splendida Spoleto dall’anima altera è cosa piuttosto inconsueta.

Si affaccia nel negozio in cui lavoro con un cordiale “Buon giorno” portoghese, più amichevolmente di quanto d’abitudine mi capita di vedere. Ha voglia di raccontare e condividere e subito mi dice che vorrebbe portare del buon cashmere alla sorella, in ricordo del suo passaggio in Umbria. E mi viene da sorridere pensando al Brasile spiagge e samba cui i rotocalchi ci abituano, ma lui e la sua famiglia vivono in una zona d’altura e l’aria che respirano è rigida e caparbia.

Mentre insieme ci perdiamo alla ricerca dell’oggetto perfetto tra morbide stole, sciarpe avvolgenti e pullover essenziali dai colori brillanti, la cura con cui si sofferma sull’uno o sull’altro mi racconta quel forte legame fraterno. È un viaggiatore sconosciuto, che mai più rivedrò, eppure il suo calore è così familiare che appena sceglie quello scollo V bianco latte mi sembra di intravedere, dai suoi occhi, l’espressione della sorella mentre scarterà la confezione che lui stesso preparerà di rientro da questo lungo viaggio.

Mi ringrazia con sincerità, come se fossi stata io a realizzare il maglioncino, ma in quel “grazie”, aggiunge poi, c’è una limpida ammirazione verso gli artigiani con cui ha avuto modo di entrare in contatto e di cui ha potuto toccare con mano l’abilità artistica, a conferma di quanto aveva sentito sul conto dell’Umbria e delle sue tipicità. Sembra che la sua passione per le botteghe artigiane passi sì per l’unicità dei prodotti e la maestria dell’artigiano, ma anche per la possibilità che ha di confrontarsi direttamente con chi vive delle proprie creazioni. Immagino sia la sua naturale e sana curiosità a renderlo un osservatore sensibile e, forse per limite mio, così concludo quando, poggiando a terra quel grosso zaino come per alleggerirsi del racconto, inizia a tratteggiare con leggerezza la sua Umbria e le sue vicende personali.

Mi confessa di essersi appellato a tutto il suo coraggio per affrontare questo viaggio in solitaria. Mi racconta della sua necessità di ritrovare l’interiorità perduta fra le frivolezze di una dimensione che non lascia spazio all’essenziale, di ricercare la spinta, il motivo che lo disincagli dagli amari imprevisti della vita in cui si sente naufragare. Mi lascia intendere, mi fa sentire, per poi riprendere dal suo itinerario lungo la penisola finché non arriva qui: Spoleto, Todi, Assisi, Narni, Spello, Bevagna, Perugia, Montefalco, Orvieto e così via. Sembra che l’abbia visitata in lungo e in largo, visibilmente innamorato delle nostre cittadelle che, scampate alla megalomania urbanistica, conservano l’originaria magia grazie all’arte di cui la natura è innanzitutto musa. È qui che dice di aver iniziato a trovare un po’ di quella riconciliazione che cercava e per questo ha deciso di fermarsi ancora un po’, alla scoperta di luoghi non convenzionali e sconosciuti, ancorché caratteristici. Magari chiedendo suggerimento a me che sono del posto.

Trovandomi del tutto impreparata, in virtù della sua particolare ricerca e dell’icastico percorso sin qui intrapreso, la prima cosa che mi viene in mente in modo del tutto istintivo è casa mia, Marcellano, incastonata lungo il cammino da Montefalco a Todi.
Non mi aspettavo certo che conoscesse questo piccolo, minuscolo borgo che riprende vita solo con le luci del Natale e la rappresentazione della natività. Eppure, cellulare alla mano, sta facendo interessate ricerche mentre gli spiego che è semplicemente casa mia, che non ci sono cattedrali imponenti e nemmeno opere d’arte di fama mondiale, ma solo una fioca eco di contese guelfe e ghibelline. Solo la quiete, così cara a quest’uomo in cerca di ristoro. La chiesa della Madonna del Ponte, gli dico. La ricordo con precisione custodita com’era da abbondanti arbusti e cespugli. Non solo la pietra della facciata con una fitta barba di rampicanti, ormai alleggeriti, che solletica il rosone. Non solo i modesti affreschi affievoliti alle spalle del presbiterio, tracce di liturgie solenni. Ricordo soprattutto la sensazione di raccoglimento e appagamento una volta seduta sulle panche ebano levigate dalle quotidiane preghiere dei fedeli, quando le pareti color gesso sembravano allontanarsi e moltiplicare l’orizzonte di quella piccola costruzione campestre, arrestando il tempo e lasciando ampio respiro a sogni di bambina e speranze di nonna.

Non so se alla fine sia andato, ma è confortevole la sola idea che uno sconosciuto dall’altro capo del mondo, oltrepassando quel parco portoncino castagno scuro, possa aver provato le stesse o anche altre e più mature sensazioni di una bambina vent’anni fa.
La curiosità di questo Gaucho saudade in spalla ha riacceso la mia, insieme alla consapevolezza di un’Umbria vitale ed autentica, spesso da (ri)scoprire.

© eVoluptas di Debora Pugnali

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*